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a cura di Paola Greci

dal 20 gennaio al 26 febbraio 2023

presso lo spazio di Borgo delle Colonne 28

Inaugurazione: Venerdì 20 gennaio, dalle ore 20.30
Con la presenza dell’artista Francesco Jodice
Performance Audio-Video a cura di Le Cannibale – Milano
Bar di Santeria Milano

Venerdì 20 gennaio inauguriamo la terza mostra di fotografia dei tre artisti vincitori del premio La Nuova Scelta Italiana, istituito per individuare ogni anno tre fotografi affermati che BDC – Bonanni Del Rio Catalog ritiene possano essere o diventare gli eredi dei grandi Maestri della fotografia italiana. Il premio, che si avvale di una prestigiosa advisory board di esperti, è stato quest’anno assegnato a Silvia Camporesi, Luca Gilli e Francesco Jodice.

 

Guardare bene è una possibilità che ci offre questa mostra dal titolo “Laboratorio per telescopi”. 

La mostra è innanzitutto un laboratorio allegorico, in cui si può entrare per imparare a “costruire telescopi”, ad allenare cioè il nostro sguardo ad una visione più consapevole del mondo e di noi stessi. Uno sguardo capace di chiedersi non solo “Cosa sto guardando?” ma anche “Come sto guardando?” 

Inoltre la mostra diventa anche luogo di laboratori pratici per i visitatori e per le scuole che possono utilizzare il materiale prodotto a questo scopo e lasciare le proprie tracce di pensiero sulla parete absidale della chiesa sconsacrata, contribuendo così a costruire la visione poetica dell’artista.

 

Laboratorio per Telescopi
Testo critico di Paola Greci

Ad un primo sguardo d’insieme le immagini in mostra nello spazio BDC potrebbero voler raccontare una favola:

“C’era una volta una ragazza di carta in pericolo di vita e un titano condannato a sorreggere sulle spalle l’intero universo.
In quel tempo gli esseri umani sembravano scomparsi, spazzati via da un’esplosione nucleare o annientati dal loro desiderio sfrenato di accumulare ricchezze. In realtà vivevano nascosti in luoghi altissimi, irraggiungibili e isolati.
L’unica speranza di salvare la ragazza, liberare il titano e far tornare gli esseri umani ad abitare la terra era il ritrovamento di un tesoro nascosto nel cuore di una montagna incantata che appariva ogni tanto in mezzo al mare.
Questa montagna la si poteva soltanto trovare con una mappa colorata e un telescopio speciale che alcuni ragazzini stavano segretamente fabbricando in un laboratorio.”

Ma a ben guardare, le cose non sono esattamente come sembrano.
Per fare chiarezza, cominciamo a spiegare il titolo della mostra: “Laboratorio per telescopi” rispondendo a due domande:

Cosa è un telescopio?
Il telescopio è uno strumento che, raccogliendo luce, dati e informazioni permette di studiare oggetti molto lontani consentendoci di scorgerne i particolari.
E questo è esattamente ciò che Francesco Jodice fa con le sue fotografie. Mentre noi siamo dentro gli accadimenti, Jodice li osserva da lontano. Li analizza con uno sguardo globale e, al contempo, molecolare.

Cosa si fa in questo laboratorio per costruire telescopi?
Si impara a vedere in modo diverso, più consapevole.
Il laboratorio per telescopi è anche questa mostra, un luogo allegorico dove possiamo entrare per acquisire nuova coscienza del nostro sguardo, con un significativo lavoro personale sulla consapevolezza della nostra visione. E di cui, se vogliamo, possiamo lasciare traccia su di un foglio da appendere sulla parete absidale di questa chiesa sconsacrata.
Il laboratorio è dedicato innanzitutto ai ragazzi coprotagonisti di questo progetto: trenta studenti quattordicenni dell’Istituto Professionale Levi di Parma che trascrivono i testi di geopolitica di Jodice sul muro accanto alle sue immagini grazie ad un’azione performativa che dà corpo alle parole dell’artista, trasformando l’allestimento in una storia a fumetti; di fumetti, infatti, si tratta dal momento che i testi dell’artista vicino alle immagini sono indispensabili per procedere nella narrazione. Come indispensabili sono i ragazzi perché loro hanno la mente aperta, amano i fumetti e si imbarcano in cerca di avventure.

Ma appena entriamo e ci incamminiamo per scoprire le opere in mostra, ci accorgiamo ben presto di essere costretti a lasciare la favola per entrare nella realtà, sottoposti ad un primo processo di spaesamento/svelamento che Jodice ci costringe ad affrontare.
Infatti, avvicinandoci alle immagini veniamo a sapere che la ragazza di carta con una vaporosa esplosione bianca cucita sul costume è davvero in pericolo di vita perché è una delle pin up che negli anni Cinquanta accompagnavano gli ospiti vip degli hotels di Las Vegas a vedere le esplosioni nucleari nel deserto.
Poi scopriamo che la mappa colorata del tesoro, è in realtà la carta degli eliporti di San Paolo in Brasile, dove atterrano gli elicotteri-taxi per l’élite brasiliana, proiezione verticale della città orizzontale spalmata sulla superficie sottostante in cui si muove tutto il resto della popolazione.
E, infine, vediamo che il gigante ripiegato sotto il peso del globo celeste è stato condannato per sempre dall’artista nel suo film Atlante a portare sulle sue spalle il declino dell’Occidente.

E’ con questo primo tonfo nella realtà che anche noi visitatori incominciamo a raccattare i pezzi e ad assemblare le lenti del nostro telescopio per poterci orientare nel viaggio che ha iniziato a diventare vertiginoso poiché Jodice non si accontenta e non cerca sogni ma cerca senso.
E, scomodando Jung che diceva “Chi guarda fuori sogna, chi guarda dentro si sveglia”, l’artista per completare la costruzione del nostro telescopio, ci fa compiere un’altra transizione, un passo in avanti o meglio un passo in dentro, verso di noi, e sul confine crea una breccia.

Spinti fuori dalla fiaba, ci siamo appena abituati alla realtà (i grandi fallimenti delle utopie del secolo breve frantumatesi contro i suoi stessi sogni) e Jodice ci fa subito dubitare che questa realtà non sia vera, anche se esiste per davvero; perché non è la Verità che gli interessa. Ciò che davvero gli importa è accompagnare noi visitatori in un processo di decostruzione della visione e poi lasciarci lì, soli insieme alle nostre domande.

Tutto questo Jodice non lo dice ma lo insinua attraverso la sua tecnica allucinata con cui ci restituisce le sue immagini. L’ossatura di un peschereccio in mezzo ad un deserto abbacinato, i grattacieli color pastello affacciati in un paesaggio straniante…
Percepiamo qualcosa di finto, innaturale, costruito quasi come se fossimo dentro un incubo o una iperrealtà perfettamente allestita. Ci sentiamo intrappolati come tanti Truman Burbank, dentro una scena. Desiderosi di strappare il fondale su cui gli inchiostri hanno appoggiato le immagini dell’artista.
Per trovare finalmente ciò che ci sta sotto e che forse esiste per davvero.
Ma sotto non scorgiamo nulla.
Ci troviamo soli, con i piedi appoggiati sulle nostre domande.
Come sopra il Cretto di Burri.

Ed era esattamente questo l’obiettivo confessato da Jodice:
“Credo che le fotografie, almeno quelle che amo, non raccontino proprio nulla, non vadano da nessuna parte. Non danno risposte semplificate della realtà ma piuttosto cercano di aiutarci a formulare bene delle domande”.

E’ proprio a questo punto, nel momento di maggior incertezza, scrollati dal nostro sguardo risvegliato che, senza accorgercene, abbiamo terminato il nostro telescopio e abbiamo trovato il tesoro: la possibilità di uno sguardo consapevole che sa dubitare non solo di ciò che vede ma di come vede. Non solo di vedere oltre ma di vedere dentro.
Che non ci chiederà più soltanto “Cosa sto guardando?” ma anche “Come sto guardando? Premessa indispensabile per acquisire una postura indagatrice, curiosa ed impegnata verso il mondo.

E poi, che qualcosa è cambiato, ce ne accorgiamo perché davanti a noi è apparsa, in un mare lucido e lattiginoso, fisso e ribollente, la montagna incantata che cercavamo all’inizio della fiaba.
Quando è emersa? Probabilmente lentamente prima dell’alba perché è nella lentezza del buio e nel silenzio della notte che ci appaiono le nostre migliori domande.
E proprio quel monolite, attraversato da una crepa obliqua che forse lo farà crollare, diventa Domanda che orienta.

Francesco Jodice

Francesco Jodice (Napoli 1967) vive e lavora a Milano. Nel 1995, dopo la laurea in architettura, si dedica alle prime ricerche artistiche utilizzando i media della fotografia e del video.
Nel 1999 partecipa alla costituzione del collettivo Multiplicity. Tra il 1996 e il 2004, il rapporto tra i grandi paesaggi urbani e le comunità è al centro della sua ricerca, come testimoniano i progetti What We Want, The Secret Traces e The Morocco Affair. In seguito, l’attenzione di Jodice si rivolge alle diverse culture antropologiche in relazione ai nuovi fenomeni di megapolitismo. A questo periodo appartengono Hikikomori, Ritratti di classe e la trilogia di film Citytellers. Dal 2008 la geopolitica è al centro delle ricerche dell’artista. L’analisi della crisi del sistema Occidente porta

Francesco-Jodice,-Capri.-The-Diefenbach-Chronicles, 2013
BDC72 JODICE
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BDC72 JODICE vernissage
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FINISSAGE JODICE BDC 72
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